02 Marzo 2010
ore 17:14
Il nome di Tony Manero rimanda subito a John Travolta e alla Febbre del Sabato Sera.
Mitici anni '70, l'Odissea 2001, i balli sfrenati, luci, paillettes e cotillons.
Dal Cile invece giunge un'altra storia, raccontata dal regista Pablo Larrain.
Provatoria, dissacrante, fortemente emotiva.

Nello stesso periodo in cui nei botteghini sbancava la pellicola hollywoodiana Pinochet dettava legge nel paese sudamericano.
Il regime opprime e prostra la popolazione divenuta ormai stanca, violenta, abbrutita dalla miseria. La polizia non lascia scampo agli oppositori, li scova e li uccide, senza lasciar traccia.
Questo film non vuol raccontare, come banalmente potrebbe, un giovane che vuol realizzare un sogno, bensì un uomo, affaticato dagli anni e dalla povertà che insegue un traguardo tanto ambito: quello di interpretare il suo idolo, Tony Manero. E lo fa anche commettendo gli atti più scellerati, lasciandosi indietro delle vittime, suoi probabili competitori.
Gli affetti, le donne, il denaro non hanno alcuna importanza. Tutto acquista un senso se strumentalizzato al fine ultimo: realizzare il sogno di poter dire yo soy Tony Manero!
Il film può risultare crudo, spietato se non ci si cala nella realtà di allora, così ben documentata, anche se di striscio, non direttamente.
Il percorso risulta invece affascinante se si seguono le peripezie di un uomo che nella sua lucida follia si pone degli obiettivi, quasi come se la drammatica realtà circostante non gli appartenga.
Il trailer
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