18 Giugno 2010
ore 18:21
"Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre." Buena suerte José!
Inviato da MoonLightCategorie [ Letture dell'anima ]
Si dice che ogni persona è un'isola, e non è vero, ogni persona è un silenzio, questo sì, un silenzio, ciascuna con il proprio silenzio, ciascuna con il silenzio che è.
Quanto è vera questa affermazione.
Lo sapeva bene José Saramago.
Ricordo ancora un passo di "Cecità", che rappresenta, per così dire, il prologo di un'altra sua efficacissima opera, il "Saggio sulla Lucidità".
"C'era un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico [...] una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall'oculista".
Romanzi carichi di passione, di accusa.
Non a torto "Cecità" è stato definito un capolavoro.
"Storia dell'assedio di Lisbona", un altro dei tanti bei scritti (quelli degli anni '80 per intenderci) forse ancor più disincatati e maturi dei primi.
Non posso non fare menzione alle sue opere, perché è proprio in quei romanzi che traspone il suo sentire, la sua concezione della vita.
Sembra di vederli i personaggi di Saramago, con i suoi stessi occhi… quegli occhi inquisitori di chi indaga l'animo umano e lo mette a nudo in personaggi di fattezze ed estrazioni sociali diversi. Lo fa con ironia lo scrittore, sempre sottile, delicata, mai offensiva.
E con la stessa ironia affrontava la quotidianità.
Saramago non aveva paura di parlare, di denunciare, di schierarsi. Cosa rara oggi giorno, visto che l'ambiguità e la connivenza la fanno da padrone.
Il poeta e scrittore portoghese non obbediva a nessuno se non che a se stesso e alla sua logica.
Un esempio chiaro e trasparente di correttezza e di coerenza.
Ci lascia una grande eredità, Saramago, che è racchiusa efficacemente in questa sua citazione:
"Sapremmo assai di più della complessità della vita se ci fossimo applicati a studiare con determinazione le sue contraddizioni, invece di perdere tanto tempo con le identità e le coerenze, le quali hanno il dovere di spiegarsi da sole."
Le contraddizioni, nella loro complessità, sanno essere molto più esplicative delle parole semplici, di quelle che, come amabilmente asseriva, "non sanno ingannare".
"Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre." Buena suerte José!
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02 Giugno 2010
ore 23:35
Non posso esistere senza di te. Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti: la mia vita sembra che si arresti lì, non vedo più avanti. Mi hai assorbito.
Inviato da MoonLightCategorie [ Dedicated , Letture dell'anima , Musica per il mio cuore ]
John Keats è un poeta inglese trai più illustri esponenti del Romanticismo.
Sembra che i suoi versi, di recente, siano stati riportati in auge nel film "Bright Star" della regista neozelandese Jane Campion in cui si narra degli ultimi tre anni di vita del poeta.
Io ricordo ancora la sua lapide tombale. Mi colpì quell'iscrizione:
"Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua".
Tra i suoi versi questa bellissima poesia di intenso lirismo che racchiude l'amore passionale, "egoista", totalizzante.
"Non posso esistere senza di te.
Mi dimentico di tutto tranne che di rivederti:
la mia vita sembra che si arresti lì,
non vedo più avanti.
Mi hai assorbito.
In questo momento ho la sensazione
come di dissolvermi:
sarei estremamente triste
senza la speranza di rivederti presto.
Avrei paura a staccarmi da te.
Mi hai rapito via l'anima con un potere
cui non posso resistere;
eppure potei resistere finché non ti vidi;
e anche dopo averti veduta
mi sforzai spesso di ragionare
contro le ragioni del mio amore.
Ora non ne sono più capace.
Sarebbe una pena troppo grande.
Il mio amore è egoista.
Non posso respirare senza di te."
Ancora suoi versi...
"Sospirami qualche parola di fuoco!
Sorridi come se quelle parole mi bruciassero,
stringiti a me come una che ama, o baciami,
e nel tuo cuore seppelliscimi!
Please, amami sul serio!"
Le impressioni sensoriali che ne scaturiscono, il tatto, la vista, l'olfatto, scombussolano e disorientano...
E' un poeta di acqua e di fuoco Keats, che sa raccontare anche la bellezza dell'amore e la purezza dei sentimenti.
Leggo le sue poesie in scia ad "Ombre e Luce" di Ivano Fossati...
"Voltati per un bacio anche distratto a bassa voce
sono tutti sogni
solo sogni
ombre e luce."
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26 Maggio 2010
ore 23:55
C'è, tra Me e il Mondo, una nebbia che mi impedisce di vedere le cose come veramente sono - come sono per gli altri.
Questo passo, di Fernando Pessoa, è tratto da “Il libro dell’inquietudine”.
E’ l’inquietudine, il mal du vivre dei poeti maledetti, la nausea di Sartre a ispirare e a nutrire gli animi sensibili. I poeti, però, a differenza dei comuni mortali, riescono a sublimare i più cupi stati dell’animo umano in poesia pura, scevra da ogni contatto con la realtà eppure profondamente radicata nell’esperienza fenomenologica.
Ed è proprio l’inquietudine, come sinonimo di conoscenza e crescita intellettuale ed esistenziale, a percorrere il libro del mio carissimo amico Emilio Nigro.
La dedica preferisco tenerla per me...
La tensione del cuore fa vibrare l’animo umano verso e per l’arte, in ogni sua forma, sapiente filtro delle sensazioni e delle emozioni più elevate.
Le “Alterazioni di Colore” che danno titolo a questo volume, non sono altro che quelle fasi che l’animo attraversa nel suo inesorabile peregrinare dagli stati di euforia a quelli di più profonda prostrazione.
Le sfaccettature del sentire umano, capace dei gesti più eroici e delle più basse aberrazioni, sono la musa ispiratrice del poeta che si avventura anche in quelle zone d’ombra inesplorate e per questo ancor più affascinanti. Le alterazioni di colore si alternano in un continuum. Moti d’impeto, passione, sentimento si danno al poeta come le ali di cui è dotato, croce e delizia nel mondo d’oggi.
Il poeta, che con una reminiscenza baudeleriana quanto mai felice si accosta all’albatros, ha le ali per saper penetrare l’imperscrutabilità dell’animo umano, eppure talvolta esse rappresentano un impedimento, un motivo di scherno e/o di disattenzione.
Il poeta è “Libero” perché sa di poter rivendicare la sua indipendenza e la sua autonomia nel cogliere l’invisibile e dargli forma e cadenza nei versi.
La poesia, quand’è tale, si affranca da ogni possibile legaccio e questo rende chi la scrive un libero in questo mondo.
Ma “Terra mia” e “Calabria” ci consegnano un poeta innamorato delle sue radici, in un odio et amo che si inerpica sugli arbusti della primavera in fiore, nei suoni, nei colori, nei volti dei piccoli borghi.
Alla poesia si affiancano dei racconti, brevi ed efficaci respiri di spessore e forte impatto.
Ne “Le Maschere di Ginevra” lo scrittore fa di un dialogo della quotidianità un tramite per elevarsi sino a parlare degli angeli che in fondo non rappresentano altro che le aspettative, disilluse, di quegli umani che, indossando le ali per i loro slanci, come nel mito di Icaro, nell’impatto con la realtà le vedono sciogliersi come cera al sole. Lo stesso filo conduttore avvolge e percorre anche “Un sorso ancora”, “I replicanti” e “Visionaria”, sebbene di altro tenore.
Ancora poesia in “Amnesia”. Il tema, nonostante abusato e inflazionato, arriva dritto al cuore del lettore. Il distacco che avverte il poeta tra se stesso e la dura realtà è drammatico e mordace. La nebbia m’avvolge come sciarpa.
Accade qualcosa di molto simile anche in "Muto" in cui il dolore dell’abbandono è esternato con estrema, profonda semplicità. Dentro, è tutta terra bruciata.
Ma la notte, il poeta, trova ristoro. La luce di tanto in tanto è un’allucinazione, non ci bado. Si nasconde, dunque, agli sguardi indiscreti e disvela al mondo la sua anima, il suo sentire.
--------------------------------
Difficile rendere la vita reale, intendo dire per come si vorrebbe che il “reale” fosse.
Emilio riesce, nei suoi versi, a dare un senso alla sua interiorità e al suo rapporto con il mondo esterno. Questo spinge ciascuno di noi a ritrovarsi in un immenso soffocato universo di emozioni da esplorare e da assaporare come borotalco di ginepro mirto e viole, maree sedotte, elisir di luna.
Lascio a voi miei lettori il piacere di scoprire questa bella lettura.
Mi piace concludere questa mia recensione così come ho iniziato, con Pessoa e i suoi scritti che ben rappresentano la chiave di lettura degli “inquieti”.
Piove tanto, tanto. Ho l’anima umida a forza di sentirlo. Una mano fredda mi stringe la gola e non mi permette di respirare la vita. Non riesco a trovare pace in nessuna posizione. Anche la cosa più morbida su cui mi adagio ha degli spigoli per la mia anima.
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23 Maggio 2010
ore 21:13
Questa lettera era inserita in un plico.
Il postino, qualche giorno fa, mi ha recapitato un dono che non poteva essere
più gradito.
Leggere un libro non è cosa facile, non mi stanco mai di
ripeterlo. Si vorrebbe entrare nelle pagine dell’autore senza far rumore,
perché, si sa, quando si scrive si racconta molto di sé, inevitabilmente.
Sono felice che ci sia qualcuno, da un’altra parte, che
abbia voluto condividere una storia così autentica e così toccante.
Il mio dono era carico di aspettative che non sono state
disattese.
"Cosa prepari oggi a pranzo?" L’autrice, Maria B.
Sulla prima pagina, una dedica...
Non importa che vi dica il suo vero nome, perché la storia
che racconta, nel suo filo conduttore, appartiene a tutti noi.
Sarà capitato, almeno una volta nella vita, di trovarsi
catapultati in una situazione che scombussola il quotidiano.
In questo caso, è una malattia a stravolgere la vita di una
donna. Il racconto si dipana dalle fasi iniziali sino al lento volgersi della
malattia tra tutte le difficoltà che essa stessa comporta e che si possono
immaginare nella vita di relazione, così come nel lavoro, negli affetti più
cari.
Succede. Succede che al mattino ti svegli e vorresti non
fosse mai accaduto.
Succede, ogni giorno, di aprire gli occhi e di rendersi
conto che non è stato un incubo, che quella è la tua vita e la devi accettare
così come viene.
Ogni giorno ti senti strappare via una parte di te, della
tua esistenza, ti senti ferito, umiliato, depauperato.
Vorresti che quella realtà non fosse la tua, avresti voluto
una vita diversa, meritavi un’altra possibilità. C’è molto di biografico in
quello che scrivo.
Dico questo e mi rivolgo a Maria affinché sappia che quel
che ha provato non le è accaduto per un accanimento del destino ma perché,
purtroppo, la vita non sempre ci riserva quel che vorremmo.
In un modo o nell’altro ci delude profondamente, ci ferisce
senza che noi ne abbiamo alcuna colpa.
Ma, sebbene il dolore e la sofferenza accomunino tutti i
giorni di Maria sin dalla diagnosi, ella non rinuncia comunque a lottare ma si
abbandona alla vita, a quelle piccole cose che rendono tutto più leggero e meno
amaro.
Non voglio soffermarmi sull’incipit, doloroso, quanto
sull’epilogo, che risolleva l’animo e il cuore, rivolgendo a Maria e a tutte le
persone che giorno dopo giorno convivono con la sofferenza un pensiero di
amicizia e di affetto.
Muovendo dei piccoli passi, con soavità e dolcezza così come
ci insegna l’Autrice, si possono tagliare grandi traguardi.
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16 Maggio 2010
ore 22:54
La copertina del mio libro è sgualcita, segnata dal tempo.
1995, anno di pubblicazione di un romanzo bellissimo dal titolo La lentezza.

Milan Kundera è uno scrittore ceco che scrive la sua prima opera narrativa in francese.
E così, mentre il vento e la pioggia sferzante massacravano i miei pensieri, ho deciso di inoltrarmi in questa lettura. Mi ha preso una notte.
Un tuffo nel presente e uno sguardo al passato, un contesto antico e l'altro profondamente radicato nella modernità, nelle contraddizioni del presente.
Sullo sfondo, l'universo così follemente avvincente dei sentimenti e della passione.
In un antico castello si sta svolgendo un convegno di entomologia.
Quello stesso castello, anni fa, era baluardo di un amore, tormentato, soffocato e vissuto in tutto la sua pienezza da Madame T, la dama licenziosa di Denon, e il suo giovane cavaliere.
Il marchese de Sade, lieve sottofondo erotico-sensuale, rappresenta l'anello di congiunzione tra quelle notti e l'incontro tra Vincent e Julie.
Per l'appunto.. Nel romanzo si susseguono una serie di personaggi, ciascuno connotato dai propri vizi e dalla propria vanità. Jacques-Aloys Berck, politicante esibizionista che si difende dall'amore sconsiderato di Immacolata, che, in gioventù, ne rifiutò le profferte d'amore.
Vincent, giovane assistente all'ombra di Pontevin, catalizzatore di attenzione e suo suo mentore.
Julie, giovane ricercatrice, sogno e inutile traguardo di Vincent che ne cattura l'amore, ma non riesce a soddisfarne i sensi.
Il professor Cecopitschy, docente di entomologia, muratore in patria per necessità e uomo profondamente segnato dalla Rivoluzione di Praga e dalle sue ripercussioni.
Tra tutti, di tanto in tanto, si insinua l'Autore con le sue considerazioni e sua moglie, Vera.
La lentezza è sempre presente... in alcune mirabili citazioni spicca il volo!
"C'è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. [...] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all'intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio."
Segnalo anche questo bellissimo passo sull'Amore, il "dono non meritato".
"L'amore è per definizione un dono non meritato; anzi, l'essere amati senza merito è la prova del vero amore [...] Quanto è più bello sentirsi dire: sono pazza di te sebbene tu non sia né intelligente né onesto, sebbene tu sia bugiardo, egoista e mascalzone!"
Quella di Kundera è una lettura senza tempo, di cui godere, come si conviene, in piena tranquillità.
La Lentezza sa far assaporare di più e meglio tutti i piaceri della vita!
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30 Aprile 2010
ore 20:15
E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose. Non è quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi...
Inviato da MoonLightCategorie [ Letture dell'anima ]
E crescendo impari che la felicità non è quella delle grandi cose.
Non è quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi...
La felicità non è quella che affanosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente...
non e' quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari...
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose....
...e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l'amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi piu' di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami...
E impari che c'è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'è nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.
E crescendo impari che la felicita' non e' quella delle grandi cose.
Non è quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi...
La felicità non è quella che affanosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente...
non e' quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari...
la felicità non è quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.
Crescendo impari che la felicità e' fatta di cose piccole ma preziose....
...e impari che il profumo del caffè al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.
E impari che la felicità è fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.
E impari che l'amore è fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze.
E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.
E impari che tenere in braccio un bimbo è una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami...
E impari che c'è felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'è qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.
E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'è nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.
Sono inciampata per caso in questi pensieri, frutto di un Anonimo. Tempo fa sono stati letti anche da Fabio Volo.
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20 Aprile 2010
ore 21:46
Il passo a seguire è tratto da un romanzo di fantascienza, anche se non si direbbe.
"Che cosa intendi, tu, per amore?"
Aspettò a lungo prima di rispondermi. Poi disse: "Un senso di agitazione nel petto. Palpitazioni. Il desiderio che tu sia felice. Un’ossessione di te, il piacere di guardarti piegare il mento, di scrutare lo sguardo intenso dei tuoi occhi. Ammirazione per il modo in cui tieni quella tazzina di caffè. Il sentirti russare, la notte, mentre io sono sveglio".
Dialogo tra Mary Looh e Spofforth da
Futuro in trance
La mia prima volta con un romanzo di fantascienza, non so cosa possa esserci di più inimmaginabile che ritrovarmi tra le mani un libro appartenente ad un genere di cui non sono una grande fan!
Ebbene, siccome non mi fermo dinanzi a nulla, e la curiosità brucia, non ho resistito a leggerlo, non foss'altro che è un dono del mio caro amico Fabio! Non me ne sono affatto pentita, anzi!
Futuro in trance è un romanzo di fantascienza che attraverso dei magnifici voli pindarici si allontana dal reale per poi restare ancor più invischiato nell'empirico stesso.
L'autore, lo statunitense Walter S. Tevis, si sofferma sul futuro proprio per analizzare più approfonditamente il male che è già insito nella società attuale.
Come non ricordare "L'uomo che cadde sulla Terra", opera dello stesso scrittore che fu trasposta sul grande schermo dal regista Nicolas Roeg, con David Bowie che interpreta un malinconico alieno.
Ma torniamo a "Futuro in trance".
2467. I robot hanno soppiantato gli uomini, raggiungendo il traguardo da sempre auspicato.
Le principali occupazioni degli uomini sono le droghe, il sesso, la televisione.
La cibernetica, il predominio dei robot finiscono con l'inghiottire l'umanità.
Individualismo, isolamento e incapacità. Il piacere unico antidoto per avere la forza di andare avanti.
Dunque, la fine del mondo è sancita dalla morte dell'uomo, in senso altamente metaforico.
Mary Lou Anne è una giovane "fuori le righe". Non vuol rassegnarsi alla realtà, ormai ineludibile. Vive arroccata nelle sue paure e nelle sue ossessioni. Solo la curiosità per l'altro, il diverso, la tiene in vita. Accanto a lei, la figura del professor Paul Bentley, una persona semplice, che riscopre il piacere di amare insieme a Mary Lou.
L'amore ritorna, costante, e permea tutto il romanzo.
Non soltanto l'amore intenso nel senso romantico, ma come dedizione alla
vita, ai suoi valori, alla sua importanza e alla specificità
dell'essere umano in quanto tale.
Il professor Bentley al sesso svelto preferisce fare l'amore, alla cibernetica la ricerca delle origini, del passato dell'umanità. Va anche in prigione, e solo successivamente a tale esperienza comprende il senso di cosa voglia dire appartenere ad una "comunità".
Infine, Robert Spofforth. Trait d'union tra la l'uomo e la robotica, anch'esso, essere perfetto, cede alla fragilità dei sentimenti, alle lusinghe dell'amore, sebbene non sia contraccambiato. Vorrebbe suicidarsi, ma non ci riesce, per via della sua natura. Classe 9, la più alta. E' il robot più intelligente. L'androide più perfetto mai conosciuto. Onnisciente, immortale. Eppure, nonostante tali agognate qualità, rappresenta l'emblema del desiderio di morte, di una catarsi non soltanto individuale, bensì collettiva, dell'intero genere umano.
Immergendosi nelle pagine di Walter S. Tevis sembra quasi di ritrovare Candido di Voltaire. Sono lontani i due autori, separati da un abisso spazio-temporale. Eppure, entrambi, sono accomunati dall'esser fieri esploratori dell'animo umano e delle sue contraddizioni.
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14 Aprile 2010
ore 22:17
Disoccupate le Strade dai Sogni. Sulle tracce di Ulrike Meinhof
Inviato da MoonLightCategorie [ Letture dell'anima ]
Quando vidi per la prima volta La banda Baader Meinhof rimasi profondamente colpita.
Fine anni ’60, Germania occidentale. A quei tempi il regista Uli Edel, studente, provò una profonda simpatia per il movimento che mise a ferro e a fuoco la Germania. Si trattava della RAF, che annoverava tra i suoi personaggi eccellenti nomi di spicco quali Andreas Baader, Gudrun Ensllin, Jan-Carl Raspe, Holger Meins e, non ultima, Ulrike Meinhof.
La frazione Armata Rossa in quegli anni seminò sangue e terrore.
La storia da cui è tratta la pellicola è senza dubbio interessante. Eppure, la banda Baader Meinhof presenta, come tutti i film, dei limiti difficili da superare. Condensare in un paio d’ore un periodo storico così ricco di avvenimenti non è facile, a maggior ragione se costellato da personaggi carismatici e sui quali dover necessariamente focalizzare.
Il libro invece, racconta tutto, sebbene sia incentrato sulla figura più ambigua ed emblematica del movimento, che si ritrova inverosilmente nel film.
Un resoconto minuzioso e dettagliato della vita di Ulrike Meinhof, come dimostrano le copiose, citate, note bibliografiche, fonti e testimonianze.
Disoccupate le strade dai sogni
La vita di Ulrike Meinhof di Alois Prinz
Ulrike Meinhof, una donna di origine borghesi e di sana educazione cattolica, si ritrova a far parte di una organizzazione criminale, una delle più temibili dei tempi.
Nasce nel 1934. Ha un carattere dolcissimo ma profondamente deciso e determinato.
Ulrike si concede poche avventure amorose, essendo profondamente concentrata sugli studi. La morte del padre di cancro costringe la madre a rimboccarsi le maniche per mantenere la figlia agli studi. Già nel profilo materno, Ulrike ravvisa quell’ideale di donna ferma e coriacea che sarà poi suo punto di riferimento.
Studentessa modello prima, madre-moglie impegnata giornalista brillante poi, Ulrike ad un certo punto della sua vita arriva ad una fase di rottura. Non tollera più le guerre, le ingiustizie, le prevaricazioni, e addiviene alla conclusione per cui non bastano le parole a cambiare il mondo. Solo con la rivoluzione armata è possibile porre fine alle sperequazioni dell’umanità.
E così, quando d’impeto si getta dalla finestra per appoggiare la fuga di Baader, segna una svolta nella sua vita, che la marcherà per sempre.
Abbandona le amate figlie, Bettina e Regina, in Sicilia. Un casolare abbandonato l’alcova delle bimbe in tenera età, accudite da hippies e semi-sconosciuti.
Nel frattempo Ulrike si ritrova in una serie di situazioni in cui pian piano inizia a identificarsi.
Sebbene le propongano di fuggire all’estero resiste nella sua clandestinità.
Pensa e scrive Ulrike, se ne sta nell’ombra in attesa della prossima mossa, dita incollate sulla macchina da scrivere.
La killer girl che difficilmente prendeva dimestichezza con le armi, provava un’indescrivibile gioia dopo la rapina in una banca o il furto di un’automobile.
Nonostante the pigs (così i compagni definivano i poliziotti) stessero sulle loro tracce, Ulrike riuscì sempre a mimetizzarsi conducendo una vita apparentemente normale.
Ma anche per Ulrike, inesorabile, arriva la cattura. Inizia una tortura psicologica, prima ancora che fisica, tra le quattro mura della sua cella. Isolata, senza né suoni né colori, vive in una profonda depressione quel che resta della sua vita.
La madre, invano, tenta di farla desistere, ma ormai è troppo tardi. Ulrike non è schiava, non è asservita e soggiogata dal potere!
Ulrike è uno spirito, libero di pensare, scevro da ogni sorta di cliche o pregiudizio.
Muore impiccata nella sua cella, senza una lettera d’addio, senza che vi fossero segnali di preavviso di un gesto così disperato.
Va via una domenica del 1976, inaspettatamente. Talmente incidentalmente da fomentare l’ipotesi dell’omicidio, piuttosto che del suicidio.
La RAF continua nelle sue azioni terroristiche, ma, senza leaders è destinata a sfaldarsi.
Resta il ricordo dei capi e di quella coesione di idee e di ideali che non c’è più.
Ma torniamo ad Ulrike.
Nessun cimitero a Berlino si offrì di custodirne i resti, ad eccezione di quello della Trinità.
Sulla sua lapide la scritta, in minuscolo, ulrike marie meinhof.
Erano in tanti a provare una profonda avversione per Ulrike, eppure vi era, di contro, chi l’amava e l’ammirava per quella probità che da sempre l’aveva contraddistinta.
Significativo il dipinto dell’artista Gerhard Richter, che la raffigura distesa a terra, nuda , supina, con al collo i segni dello strangolamento.
Sebbene l’opera destò molto malcontento, l’artista ribattè che il suo era semplicemente l’intento di restituire umanità ad una persona i cui ideali avevano condotto dritta alla morte.
Il personaggio di Ulrike Meinhof non è di semplice lettura. Prevale la sua ambivalenza, la sagacia, la profonda cultura, il suo essere una persona semplice e al contempo di gran classe.
D’altra parte, non si può sottacere il suo impegno politico, l’adesione all’armata rossa, la strategia del terrore.
A ben vedere però, ad Ulrike, interessava proteggere e tutelare i deboli e gli innocenti.
Il suo pensiero correva dal Vietnam ai riformatori in cui le ragazze non prendevano consapevolezza di sé. Ulrike invece aveva una consapevolezza globale.
Sapeva quanto fosse difficile affrancarsi dalla ricchezza e dagli agi, e ancor più aveva vissuto sulla sua pelle il dramma dell’abbandono degli affetti.
Ma quei legacci, per Ulrike, rappresentavano le catene da spezzare per raggiungere i suoi ideali.
Criticata e amata, Ulrike Meinhof mise in conto di morire per un ideale di giustizia e di equità.
Se la sua persona non rappresenta un emblema, quel che fa da monito, nella sua vita, sono la coerenza e la determinazione.
Sono passati più di quarant’anni dalla sua morte, eppure il mondo non sembra essere cambiato.
Dalle ceneri delle grande svolte epocali rimbomba il dramma delle ingiustizie, delle guerre, delle armi, dello sfruttamento dei deboli.
Eppure tutti oggi si ergono a paladini della giustizia, a difesa di questo o di quell’ideale. Peccato che siano davvero pochi a fare di quegli ideali il modello della loro vita.
I più restano avvinghiati ai malcelati privilegi borghesi, senza affrancarsi da una logica massimalista. Nessuno sente il bisogno di schierarsi, di dire la sua, semplicemente perché.. perché non si hanno contenuti, idee. E poi non si ha il cuore tenero di Ulrike, che sapeva riconoscere le ingiustizie e soffrirne ancor più di chi ne veniva investito.
Se negli anni ’70 ci si nascondeva dietro i privilegi di casta, oggi si fa di quei privilegi un modello, un ideale da inseguire a tutti i costi.
Sono queste le contraddizioni del nostro tempo. Non si riesce ad essere se stessi.
La coerenza è una mistificazione e l’onestà un valore che non paga.
Oggi come ieri la stessa, medesima insofferenza.
Diceva, non a torto, Bertolt Brecht:
"Sventurata la terra che ha bisogno di eroi!"
Ulrike lottava per un mondo diverso, e per questo viveva come una reietta. Quello stesso mondo l’ha seppellita sotto una fitta coltre di oblio.
* Un ringraziamento a Fausto per avermi fatto dono di questa lettura che consiglio vivamente a tutti voi.
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30 Marzo 2010
ore 16:36
Un sapere di cui tutti dobbiamo essere gelosi custodi, perché in fondo rappresenta l'anima di un popolo, i suoi valori, le sue tradizioni.
L'opera del mio amico Ciccio De Rose "Ditti e mali ditti", rappresenta, dunque, molto più che una semplice raccolta di detti popolari.
I "ditti" appunto, le massime, i proverbi che Ciccio traduce scrupolosamente e attentamente in lingua italiana si affiancano ai "mali ditti", le battute licenziose, le imprecazioni, quei modi di dire coloriti che le fitte maglie della censura spesso relegano soltanto alla tradizione orale.
Inoltre, ai semplici enunciati spesso e volentieri seguono delle filastrocche che, insieme a fotografie di luoghi e persone, ricreano atmosfere lontane.
Un lavoro quanto mai lodevole e meritorio.
Traspare, dagli scritti, un forte senso di appartenza, di amore per i nostri luoghi, per la nostra terra.
Nel libro di Ciccio non vi è una nostalgica rievocazione del passato, di quei ditti e mali ditti che condivano la quotidianità, ma, al contrario, un monito forte, imperativo a non lasciare all'oblio la nostra tradizione e a salvaguardarla con profonda tenacia e passione. E Ciccio in questo è il nostro mentore.
Buonu tiempu e malu tiempu nun duranu sempre.
I proverbi, invece, non tramontano mai.
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25 Marzo 2010
ore 21:23
Dietro ogni volto, ogni sguardo che incrociamo, ogni mano che sfioriamo, c’è una leggenda personale.
E’ difficile andare al fondo delle storie e scoprire l’esperienza personale di cui ciascuno di noi si fa carico.
Ci sono ferite che non si rimargineranno mai e amarezze che si abbattono sulle nostre vite, le sferzano, le scuotono, eppure ci rendono più forti, ci rendono persone migliori,
Come canne al vento, resistiamo alle tempeste più dure, con una forza incredibile, una straordinaria capacità di assorbire gli urti pur riportandone inevitabilmente i segni.
Siamo tutti dei guerrieri della luce, proprio come da titolo della lettura appena fatta, di Paulo Coelho, Manuale del Guerriero della Luce.
Siamo archi tesi, vibranti di vita, di speranze e di sogni.
Come non ritrovarsi in questi passi…
Porto con me i segni e le cicatrici dei combattimenti: sono le testimonianze di ciò che ho vissuto, e le ricompense per quello che ho conquistato.
Con un salto all'indietro, torniamo al passato che vorremmo non fosse mai esistito, sebbene ci ha resi quel che siamo…
Il ricordo di un istante di paura nel passato ridesta ogni mattina la vigliaccheria.
Bisogna essere forti, ogni mattina quando ci svegliamo e ogni notte prima di andare a dormire. L'unico sprone che può mandarci avanti è l'Amore, i bei sentimenti che ci scaldano il cuore.
Senza amore, il guerriero non è nulla.
Il guerriero della luce guarda la vita con dolcezza e
decisione. Egli è davanti a un mistero di cui, un giorno, troverà la risposta.
Spesso e volentieri, dice fra sé e sé: "Ma questa vita sembra una
follia."
Si deve combattere, giorno dopo giorno.
Un passo dopo
l'altro, trascinato, silenzioso, funamboli della vita, della quotidianità. Il
tempo impiegato sarà eterno, ma a fiato sospeso, a tanti metri di altezza, si
potrà essere fieri di se stessi, e di quella tanto agognata tranquillità
acquistata con fatica e sofferenza.
Elevarsi all'Iperuranio e scegliere di essere semplicemente se stessi. Contraddittori, effimeri funamboli in bilico tra il bene e il male.
Grazie Sterminio.
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24 Marzo 2010
ore 22:46
"L'Indignazione". Per chi sa ancora indignarsi.
Inviato da MoonLightCategorie [ Letture dell'anima ]
Indignazione, di Philip Roth, è uno di quei libri da cui non ti staccheresti mai prima di giungere alla fine.
Un romanzo splendidamente scritto, dolce e amaro, con un protagonista maturo e per certi versi inconsapevole.
L'emancipazione, la scoperta sessuale rappresentano i primi tasselli che saranno poi tema dominante di tutta la lettura.
Anni '50 a Newark, la città natale di Roth, teatro, tra l'altro, dei suoi romanzi. Marcus Messner è figlio di un macellaio kosher. La sua vita procede in tranquillità, nell'ambito di una famiglia per bene e rispettata in tutta la cittadina. Eppure, ad un tratto, la presenza del padre inizia a farsi sempre più opprimente, cupa, angosciante.
Temendo di essere inghiottito da un vortice di pericolosa ipocondria, Marcus, finite le superiori, abbandona la sua città natale per studiare al college.
A Winesburg, nell'Ohio, rimette insieme i pezzi della sua giovane vita, sebbene fatichi ad adeguarsi alle rigide regole dell'università.
La guerra in Corea, giunta al secondo anno, miete le sue vittime.
Marcus studia come un invasato, non si concede distrazioni, sin quando non succede qualcosa di assolutamente inspiegabile… Olivia Hutton, una magnifica ragazza che entra nella sua vita di prepotenza.
Senza tabù o limitazioni i due si abbandonano ad una serie di effusioni "proibite", intime, sin troppo intime per Marcus che non riesce a spiegarsi perché una ragazza si sia concessa a lui senza remore.
I tabù e i pregiudizi lo attanagliano.
Perché quella ragazza si era appartata con lui e perché aveva compiuto quel gesto? Olivia è una ragazza fragile, talmente vulnerabile da rinunciare alla vita tentando suicidarsi, tagliandosi le vene del polso.
Marcus sapeva di doverne essere felice, eppure il suo provincialismo cercava di trattenerlo a sé.
L'amore per Olivia però, per quella ragazza semplice e spensierata, spezza tutte le catene, tant'è che Marcus ritiene opportuno fare il tutto per tutto per ricongiungersi a lei, anche quando ormai è troppo tardi, violando il patto con la sua anziana madre.
Olivia è una ragazza fragile, talmente vulnerabile da rinunciare alla vita tentando suicidarsi, tagliandosi le vene del polso.
Si indigna Marcus, quando suo padre chiude la porta a doppia mandata, quando il suo decano proferisce, saccente, le sue lezioni di vita e moralità, e ancor più si indigna quando Olivia viene tacciata di spregevoli appellativi.
Marcus non accetta i compromessi, non l'ha fatto a Newark e non lo fa al college, anche quando arriva a un passo dall'ambito traguardo della laurea.
Sotto morfina prima, non più sotto dopo…
Consiglio a tutti voi di leggere questo libro, così come ha fatto Fausto dandomi il suo, e di questa bella scoperta non posso che ringraziarlo! 
Per chi sa ancora indignarsi e andare contro la morale, le convenzioni e i pregiudizi!
Per chi ha carattere e determinazione.
Per chi sa essere se stesso senza scendere ad alcun genere di compromessi.
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17 Marzo 2010
ore 19:45
Dal titolo di questo libro mai si potrebbe evincere trama tanto fantasiosa quanto surreale!
Eppure, Philip Roth, nel suo scrivere semplice e lineare, sembra quasi far passare in sordina un evento assolutamente straordinario.
Il suo personaggio, il professore David Kepesh, si ritrova improvvisamente trasformato in un seno femminile, gigantesco.
Può udire e parlare. Attraverso delle sensazioni puramente tattili, termiche, avverte coloro che gli sono intorno nella stanza di una clinica molto speciale, in cui si trova ricoverato sotto le cure del Dott. Klinger.
E così, nel trascorrere del tempo, imprigionato in quel seno di settantachili, passa in disamina la sua vita passata, gli sbagli, gli errori, le chances perdute.
Dopo lo sgomento iniziale, si concentra sulle sensazioni che la sua nuova condizione riesce ad offrirgli, l'eros, il contatto fisico con unamoglie tanto spaventata quanto paziente. L'infermiera Miss Clark, nel lavarlo e oliarlo, gli provoca un piacere smodato.
Come il giovane Gregor Samsa di kafkiana memoria, vive da un'altra prospettiva, tra lo scherno e la commiserazione di chi lo circonda.
David Kepesh chiede più e più volte che gli si dica che è pazzo, ma nessuno vuol concedergli tale sollievo, non la moglie, non il padre, nonil dottore.
Il libro si conclude con una poesia di Rilke "Torso arcaico di Apollo", quanto mai emblematica.
Sessantacinque pagine lette tutte d'un fiato, a notte fonda, tanto era avvincente e accattivante la trama.
Ringrazio Fausto per avermi allungato questa lettura, così piacevolmente"diversa" e fuori dagli schemi narrativi.
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21 Febbraio 2010
ore 15:41
Storie di banditi e briganti, reazionari e
Una lettura attenta dell'opera di Silvana Palazzo e di Nando Pace offre spunto per una riflessione di ampio respiro sul fenomeno del banditismo, dei briganti, della rivoluzione dell'ordine costituito.
Il libello attraversa i ribellismi rivestiti di ideali, le "irregolarità" delle classi più deboli. Accurata è l'eziologia della criminalità organizzata con le protomafie rappresentate dai Beati Paoli, un'arkè religiosa che permeava di sacralità la propria struttura settaria. Emblematica la condanna dei venditori di pettini di Scigliano, dispensatori di arsenico e perciò accusati della strage dei Pettinari.
Nel volume si stagliano le figure di personaggi di grande levatura vittime dell'immoralità e ai quali la stessa storia non ha riconosciuto giustizia. Uomini di grande umanità ed eroismo come il vescovo Francesco Bugliari, caduto per mano dei Sanfedisti , Agesilao Milano, Don Ferdinando Balsano, Giovambattista Falcone, Ferdinando Bianchi, Bruno Misefari.
Illustri personalità della nostra Calabria che vissero i loro tempi e le inquietudini che le attraversavano con spirito di sacrificio e profonda coerenza.
Impavidi fautori dell'eroismo legittimista, rinchiuso in catene da uno Stato che affidava la difesa dell'ordine costituito ai tribunali militari.
Le idee, inadeguate per i tempi, erano perciò profondamente rivoluzionarie. In esse era già insito il vento della contestazione dell'ordine costituito.
Personaggi profondamente diversi tra loro, eppure accomunati da un fattore assolutamente emblematico: la forte ambivalenza.
Criminali o eroi nazionali? Sul patibolo si avvicendarono banditi, battaglieri, personaggi carismatici allora etichettati dalla giustizia umana quali "uomini empi".
Ai posteri l'ardua sentenza. Sebbene la storia non abbia assicurato alla giustizia i colpevoli delle uccisioni, le vittime dei tempi restano scolpite nella memoria, nel patrimonio di idee e di valori, inestimabile eredità. La loro vita è stata testimonianza esaustiva dello iato esistente tra il potere costituito e la realtà sociale.
Non ci si deve esimere, durante la lettura, dall'ammirare le illustrazioni, preziosi documenti dell'archivio della famiglia Pace. Non di meno, doverosa attenzione deve essere prestata all'appendice che contiene documenti irripetibili. L'apologia pronunziata da Cesare Marini in difesa dei fratelli Bandiera e un'immagine del loro confessore, il sacerdote e massone D. Beniamino De Rose, il frontespizio del libro del deputato liberale Francesco Pace, la sentenza del gruppo di Castrovillari dai moti del '48 sono assolutamente imprescindibili.
Viva l'Italia e la Libertà, tuonò morendo impiccato Agesilao Milano.
Un plauso a chi, come il mio caro amico Nando, perpetua nel quotidiano i valori della libertà, dell'autonomia di pensiero e la memoria storica che ci tiene in vita in un ponte ideale tra passato, presente e futuro.
La copertina...

..e la dedica. Mi perdonerete se la tengo per me.
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19 Febbraio 2010
ore 22:18
Questa poesia fa parte di un libro, uscito postumo, "Il carnevale della croce".
Alda Merini ne corresse le bozze, ma non ebbe la possibilità di vederne la luce perchè venuta a mancare prematuramente.
La trovo di una bellezza straordinaria. E' così vera, autentica.
I miei pensieri si allineano ai suoi versi, il mio torturato pesantissimo cuore al suo…
È così diseguale la mia vita
da quello che vorrei sapere.
Eppure al di là di ogni immondizia
e sutura, c'è la grande speranza
che il tempo redima i folli
e l'amore spazzi via ogni cosa
e lasci inaspettatamente viva
una rima baciata.
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14 Febbraio 2010
ore 19:45
Mi piaci silenziosa, perchè sei come assente...
Inviato da MoonLightCategorie [ Letture dell'anima ]
La poesia che diventa musica, struggente melodia del cuore.
Mi Piaci Silenziosa
Mi piaci silenziosa, perché sei come assente,
mi senti da lontano e la mia voce non ti tocca.
Par quasi che i tuoi occhi siano volati via
ed è come se un bacio ti chiudesse la bocca.
Tutte le cose sono colme della mia anima
E tu da loro emergi, colma d'anima mia.
Farfalla di sogno, assomigli alla mia anima
ed assomigli alla parola malinconia.
Mi piaci silenziosa, quando sembri distante.
E sembri lamentarti, tubante farfalla.
E mi senti da lontano e la mia voce non ti arriva:
lascia che il tuo silenzio sia il mio silenzio stesso.
Lascia che il tuo silenzio sia anche il mio parlarti,
lucido come fiamma, semplice come anello.
Tu sei come la notte, taciturna e stellata.
Di stella è il tuo silenzio, così lontano e semplice.
Mi piaci silenziosa perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Basta allora un sorriso, una parola basta.
E sono lieto, lieto che questo non sia vero.
Pablo Neruda
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18 Gennaio 2010
ore 22:06
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
Inviato da MoonLightCategorie [ Dedicated , Letture dell'anima ]
"Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue."
Eugenio Montale
La metafora del viaggio, dell'esperienza esistenziale.
Il poeta offriva alla sua donna, che chiamava affettuosamente Mosca, il braccio. La accompagnava costantemente, giorno dopo giorno, aiutandola nelle piccole e grandi insidie del quotidiano. E, ora, che è assente, egli afferra ancor più lucidamente il senso delle cose, della vita.
Non sono le circostanze, le situazioni che cadono sotto i nostri occhi ad essere importanti... C'è qualcosa di misterioso, celato, che tutto ad un tratto si svela nella sua dimensione oscura, crepuscolare.
Capita di toccare il fondo e di destarsi, improvvisamente. Nel petto si agitano sensazioni confuse ed un nodo stringe alla gola. Apri gli occhi e vedi la nuda realtà con altri occhi. C'è qualcosa di "altro", ben oltre le apparenze, e si avverte con profonda intensità.
La stessa mera contemplazione della vacuità del mondo cede il posto all'essenza delle cose.
Forse è questo il varco che occorre aprire per superare l'infelicità e per diventare persone migliori.
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25 Dicembre 2009
ore 23:24
Ci fu spazio nella mia carne per te
Inviato da MoonLightCategorie [ Sex & The Moon , Letture dell'anima ]
Una poesia che disvela un'altra Alda Merini. Non più gli esclusi e gli emarginati protagonisti dei versi, ma l'amore puro, l'erotismo, l'abbandono di sé all'altro.
Ci fu spazio nella mia carne per te,
per te solamente
che volevi l'amplesso dei miei giorni;
un lungo peregrinare segreto
d'amore in amore
di tempio in tempio.
Una rosa mi tremava
sul ciglio delle dita
come se fosse carta di un veliero
e finalmente mi rompesti
le acque squisite della vita.
Un'immagine provocatoria, quella a seguire, ma senz'altro esplicativa di Alda Merini, della fisicità su cui sono incentrati molti dei suoi versi.
La poetessa mette a nudo l'animo umano e le sue contraddizioni, le passioni, il sesso, la negazione dei sensi, l'ossessione d'amore, la lussuria, il desiderio.
Trapela la sensualità, senza clamore, priva della (falsa) pruderie ostentata nel nostro tempo.
Abbandonarsi alla vita ebbri di poesia e di desiderio, per l'anima e il corpo, questo il messaggio della piccola ape furibonda.
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17 Dicembre 2009
ore 16:46
Un palco, un microfono, un leggio. La mia esibizione su Alda Merini al Teatro Garden.
Inviato da MoonLightCategorie [ Femminilità , Associazione Socio-Culturale OcchiettiNeri , Letture dell'anima , Teatro , Cosenza ]
Sono una piccola ape furibonda. Mi piace cambiarecolore. Mi piace cambiare di misura.
Era questa Alda Merini. Una donna inquieta, visionaria,profonda.La sua vita è stata attraversata dalla malattia mentale efisica, dallo spleen, il disagio esistenziale, il mal de vivre, il bipolarismodei poeti maledetti.
La poetessa degli esclusi sin dalla giovane età ha vissutoun profondo malessere, l’ha interiorizzato e sublimato nei suoi versi . Undolore che l’ha accompagnata sempre, costantemente.
Internata negli ospedali psichiatrici, ha saputo cantare ildisagio dei diversi, degli emarginati.
Con il suo stile sincero e disincantato ha narrato il mondoda dietro le sbarre della malattia mentale.
Le mura di Gerico, le mura del manicomio, non erano alteabbastanza per imprigionare i pensieri, per impedire anche ai pazzi di amare.
Perchè i pazzi, possono amare.
Aveva il privilegio, Alda Merini, di cambiare angolovisuale, di interpretare la realtà empirica senza filtro alcuno.
Il contrasto del suo vivere rispetto alla normalità ha messoancor più in luce la profonda ipocrisia del nostro tempo.
Alda Merini, la dimenticata.
Le sue esequie, in pompa magna lo scorso tre novembre,stridevano profondamente e significativamente con lo stato di isolamento in cuiha vissuto per anni, per tutta la sua vita.
Che le sue poesie siano un monito per non dimenticare, pernon abbandonare i reietti, gli esclusi, gli emarginati tanto cari alla piccolaape furibonda.
Aveva i polsi legati, Alda Merini, e l’anima imprigionata dauna rete azzurra. Eppure ha saputo volare alto, superare i muri, le barriere,lontano molto più lontano da quella società che l’ha ignorata.
Io non ho bisogno di denaro
http://www.occhiettineri.it/streaming/091216_expdance_01_Alda_Merini.php
Non voglio che tu muoia
http://www.occhiettineri.it/streaming/091216_expdance_04_non_voglio.php
Intervento
http://www.occhiettineri.it/streaming/091216_expdance_05_saluti.php
Fotografie di Alessandro Sammarra
Durante la lettura

Intervistata dalla brava conduttrice Francesca Bartoletti
Alda Merini vive nei nostri giorni. Vivrà per sempre.
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14 Dicembre 2009
ore 23:32
Presentazione del volume "Il contributo arbresh alla questione albano-balcanica" e mostra "Maryam e le donne"
Inviato da MoonLightCategorie [ Femminilità , Associazione Socio-Culturale OcchiettiNeri , Letture dell'anima , Cosenza ]
Oggi ho avuto il piacere di condurre la presentazione del volume "Il contributo arbresh alla questione albano-balcanica" di Francesco Fabbricatore.
Sono stata davvero felice di aver presenziato ad un evento così importante ed interessante da ogni punto di vista, culturale, artistico, umano, sociale.
Eccovi alcuni scatti della serata, magnifiche fotografie di Alessandro Sammarra.
Io e il carissimo Francesco, subito dopo la manifestazione.
Con il papàs Pietro Lanza, il regista Nando Pace e lo storico Giuseppe Carlo Siciliano.
A chiusura lavori, si è inaugurata la mostra dell’artista Luigi Fabbricatore, Maryam e le donne, un percorso artistico che indaga l’affascinante e misterioso universo femminile, arricchito da un fitto intreccio di contaminazioni. Storie di donne sino a risalire a Maria, madre dell’umanità.
Consiglio a chi si trova in città di recarsi a visitare l’esposizione.
Insieme a Luigi, in apertura della mostra.
Cliccate qui http://www.occhiettineri.it/Iniziative/cult_convegnocotributoarbresh.php per le foto della presentazione del libro, e qui per quelle della mostra http://www.occhiettineri.it/Iniziative/cult_mostramyriameledonne.php
Ringrazio tutti e in particolar modo Francesco, per aver condiviso un’esperienza così bella e significativa.
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10 Dicembre 2009
ore 23:01
Tornano in alto ad ardere le favole.
Cadranno colle foglie al primo vento.
Ma venga un altro soffio,
ritornerà scintillamento nuovo.
Giuseppe Ungaretti
Le stelle e un cielo terso punteggiato di lacrime, rimpianti, tristezza, amarezza.
Attendo quel soffio che spazzi via il passato e i ricordi, un vento leggero che mi sollevi dalle pene e dall'angoscia della consapevolezza di quello che è stato, che è e che sarà.
Quando il sole sarà già alto forse avrò voltato pagina. Ma non sarà mai come avrei voluto che fosse.
Si ricomincia, ancora una volta, a camminare, a passi incerti.
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